In Africa decimati medici ed infermieri: si superano le 120 vittime

Medici e infermieri che lavorano al fronte decimati da Ebola. In meno di due mesi ne sono morti 120 tra medici ed infermieri. L’ultimo è uno dei tre dottori trattato con il siero coltivato nelle piante di tabacco geneticamente modificate .
Negli ospedali dei paesi africani colpiti dall’epidemia,è facile contagiarsi. Turni massacranti e protezioni insufficienti sono le ragioni del «pesante tributo» pagato dal personale sanitario secondo l’Oms. «In molti casi mancano perfino guanti e mascherine, anche nei reparti riservati a curare i malati di Ebola», denuncia l’Organizzazione mondiale della sanità. Altre volte i materiali ci sono, ma vengono utilizzati male per l’assenza di un training adeguato. Oppure non vengono usati affatto solo per la fretta di aiutare un paziente in gravi condizioni. Un altro problema è che «le tute per la protezione individuale sono calde e ingombranti, fanno sudare specie in un clima tropicale. Ciò limita fortemente il tempo che medici e infermieri possono trascorrere nei reparti di isolamento», ma non frena l’abnegazione di molti: «Alcuni lavorano oltre i propri limiti fisici, fanno turni di 12 ore». Sono esausti e rischiano di commettere errori. Per esempio confondere i sintomi iniziali dell’Ebola con quelli di altre patologie endemiche in Africa: malaria, tifo, febbre di Lassa. In alcune aree, sottolinea l’Oms, «ci sono a disposizione appena uno-due medici ogni centomila persone». E quando anche questi pochi dottori si ammalano, e «altri si rifiutano di lavorare paura del contagio, le strutture sanitarie chiudono del tutto compromettendo i livelli generali di assistenza». Inoltre «in alcune zone gli ospedali sono considerati incubatori di infezione», tanto da essere «evitati dai pazienti».
Mentre in Africa l’epidemia si allarga, in Gran Bretagna è ricoverato al Royal Free Hospital di Hampstead, un sobborgo di Londra, William Pooley, un infermiere ventinovenne rientrato dalla Sierra Leone. Si è contagiato lavorando come volontario nel distretto di Kenema, dove c’è il laboratorio nel quale lavorava Sheik Hummar Khan, il medico sierraleone morto il 29 luglio scorso. Dopo aver pubblicato una ricerca scientifica con cui evidenziava che il virus che sta uccidendo in Anfrica occidentale non è quello «originario» dell’area ma una mutazione dell’Ebola presente in Uganda. Fino ad oggi l’epidemia ha ucciso 1.427 persone e altre 2.615 si sono ammalate. E la situazione va peggiorando. Il Giappone è pronto a offrire il nuovo farmaco Avigan che si è dimostrato efficace contro Ebola. L’Onu auspica che la «guerra contro il virus sia vinta in sei mesi» e l’Unicef invia 68 tonnellate di aiuti in Liberia. Intanto l’organizzazione no profit svedese Flowminder ha messo a punto una mappa in grado di prevedere le aeree dove colpirà analizzando gli spostamenti della poplazione attraverso i telefoni cellulari

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